Clinica e Neuropatologia

L’insonnia è il sintomo prevalente, seguito, negli stadi successivi, da episodi onirici sempre più frequenti con sogni recitati. L’evoluzione è verso lo stupore e il coma.
La disautonomia neurovegetativa è precoce con disturbi sfinterici, scialorrea, lacrimazione, sudorazione costante, rinorrea, incremento della temperatura corporea, della frequenza cardiaca (tachicardia fissa) e della pressione arteriosa. La respirazione è particolarmente compromessa, specie negli stadi avanzati con tachipnea, irregolari ritmo e profondità del respiro, russamento ed apnee sempre più frequenti e minacciose, che rasentano l’asfissia. Il malato, dopo una protratta apnea, diventa cianotico e al culmine della pausa respiratoria si “ridesta” per così dire all’improvviso, balza seduto, bagnato di sudore, in preda all’angoscia, lucido. Le manifestazioni motorie includono una progressiva difficoltà ad articolare la parola, fino all’impossibilità di produrre i fonemi, disfagia, dismetria, andatura atassica con retropulsione ed esito in astasia-abasia.
Vi possono essere paresi di vari segmenti corporei, solitamnte di un emisoma. Il mioclono, spontaneo od evocato, parziale o massivo, è assente agli esordi, ma compare rapidamente ed è intensificato dalla chiusura degli occhi. Iper-reflessia osteotendinea e presenza del segno di Babinski sono invariabilmente presenti. Segni oculari sono le pupille miotiche e la diplopia. Le peculiari e gravi perturbazioni dell’architettura del sonno sono state confermate da ripetuti studi neurofisiologici. Questi dimostrano che la FFI presenta significative ed ingravescenti alterazioni del sonno, che consistono in una marcata riduzione del suo tempo totale fino alla completa perdita.
Progressiva scomparsa della fasi NREM, destrutturazione del ritmo sonno-veglia, irruzione improvvisa di anomali episodi REM dissolvono la trama del sonno. Le anormalità si estendono ad altri bio-ritmi fondamentali, com’è stato dimostrato dagli studi neurovegetativi: cronico aumento dell’attività simpatica, alti livelli di cortisolo e dell’adrenalina, perdita delle fluttuazioni circadiane della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca.
Queste alterazioni peggiorano con l’evoluzione della malattia. Gli studi di neuropsicologia hanno dimostrato che non vi è demenza. Vi è, invece, una compromissione sempre più marcata della memoria verbale e a lungo termine. Gli studi neuropatologici hanno localizzato le lesioni più importanti nel talamo e più precisamente nei nuclei antero-ventrale e dorso-mediale. L’elettivo coinvolgimento talamico è stato confermato anche in vivo, dalla PET, che ne ha documentato il marcato ipometabolismo, associato ad un ipometabolismo corticale meno grave. Il danno è caratterizzato da gravissima perdita neuronale e da astrogliosi reattiva. Lesioni di minore entità sono presenti anche in altre regioni encefaliche quali la corteccia ed il sistema olivare. Vi può essere spongiosi. Queste topografie sono state individuate nei casi di malattia di maggior durata (25-33 mesi) rispetto a quelle esclusivamente talamiche che riguardano i casi di breve durata (8-9 mesi). Le lesioni corticali sono da porre in relazione al danno trans-neuronale da deafferentazione, essendo la corteccia il principale bersaglio del processo degenerativo talamico. Le strutture olivari potrebbero essere primitivamente danneggiate. Esse, infatti, ricevono afferenze soprattutto dal midollo spinale e, in minor misura, dal mesencefalo, sistemi risultati indenni.